Diocesi di Lamezia, il messaggio del Vescovo Parisi agli studenti: «Imparate ad ascoltare senza perdere la rotta»

Il Vescovo di Lamezia Terme invita i ragazzi a vivere il nuovo anno scolastico come un viaggio tra conoscenza, libertà e responsabilità, prendendo spunto dall’Odissea e dal canto delle Sirene

A cura di Redazione
14 settembre 2026 13:15
Diocesi di Lamezia, il messaggio del Vescovo Parisi agli studenti: «Imparate ad ascoltare senza perdere la rotta» - Foto: Redazione
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Un nuovo anno scolastico come un viaggio. Una nave da condurre attraverso tempeste e bonacce, tra tentazioni, domande e nuove conoscenze, senza mai perdere la rotta. È questa l’immagine scelta da monsignor Serafino Parisi, Vescovo di Lamezia Terme, nel messaggio rivolto agli studenti in occasione dell’avvio del nuovo anno scolastico.

Un augurio che il Vescovo definisce volutamente una «provocazione» e che parte da un grande classico della letteratura: l’Odissea. In particolare, Parisi si sofferma sul XII Canto, quello delle Sirene, richiamando anche la recente rilettura cinematografica dell’opera da parte del regista Christopher Nolan.

Al centro della riflessione c'è Odisseo, l'uomo che vuole conoscere, sapere, spingersi oltre i propri limiti. Il canto delle Sirene rappresenta proprio la tentazione di una conoscenza assoluta, irresistibile e potenzialmente distruttiva.

Odisseo sa che ascoltare quelle voci può significare perdere la rotta e andare incontro alla morte. Eppure non sceglie semplicemente di tapparsi le orecchie. Decide di ascoltare, ma si fa legare all'albero maestro della nave e ordina ai suoi compagni di non liberarlo.

È qui che, secondo il Vescovo, emerge una delle grandi lezioni del mito: la libertà non significa necessariamente assenza di limiti.

«È proprio accettando il limite che si esprime e si coglie la grandezza dell’uomo», scrive monsignor Parisi, sottolineando come riconoscere la propria fragilità possa diventare una forma di forza e autodisciplina.

Il messaggio si sposta quindi dalla mitologia alla vita quotidiana dei ragazzi. Le Sirene, osserva il Vescovo, esistono in ogni epoca e oggi possono assumere forme diverse, soprattutto in un mondo nel quale l'accesso alle informazioni è praticamente illimitato.

Quali sono, allora, le Sirene del nostro tempo? Quelle che offrono l'illusione dell'onnipotenza? Quelle che possono creare dipendenza mentre ci fanno credere di essere liberi? Quelle che promettono successo, comodità, consenso o una conoscenza immediata attraverso un semplice clic?

Da qui nasce una possibile «lezione» per la scuola: «Imparare ad ascoltare senza farsi dominare».

La scuola, sottolinea Parisi, non deve tappare le orecchie degli studenti, ma aprirle il più possibile. Deve insegnare ad ascoltare, a interrogarsi, a distinguere e soprattutto a non confondere la quantità delle informazioni con la vera conoscenza.

Il Vescovo invita così i ragazzi a diffidare dalla convinzione di essere già arrivati alla conoscenza assoluta e ad ascoltare, invece, chi sappia mettere nel cuore «una sana inquietudine». Chi pone domande alle quali non è possibile rispondere con un semplice clic. Chi aiuta a comprendere che dire «non so» non rappresenta una sconfitta, ma può essere il punto di partenza per studiare, approfondire e continuare ad imparare.

La scuola, in questa prospettiva, diventa il luogo nel quale imparare a riconoscere le proprie «Sirene» e a capire quali canti ascoltare e quali, invece, possono far perdere la rotta.

Il messaggio si conclude con una serie di domande rivolte direttamente agli studenti: «Chi sta cantando? Che cosa mi sta promettendo? Dove mi vuole portare? Sono ancora io a scegliere? Sono ancora io a tenere il timone?».

Domande che diventano un invito alla responsabilità e alla libertà personale.

Per monsignor Serafino Parisi, infatti, «la libertà non consiste nel non sentire nessun canto», ma nella possibilità di ascoltarlo «senza perdere mai la rotta verso casa».

E proprio la metafora del viaggio accompagna le ultime parole del messaggio. Ai ragazzi viene chiesto di salire sulla propria nave, di guardare verso «la vastità del mare ancora ignoto», accettando la fatica della traversata e senza paura delle tempeste.

«Buon viaggio, ragazzi. Vi auguro un anno vivo. E che la vostra nave vada lontano. Ma, soprattutto, che sia la “vostra” nave e voi a condurla».

Un augurio che diventa, dunque, anche un invito: conoscere, ascoltare, scegliere e restare al timone della propria vita.