Lamezia celebra San Francesco, monsignor Parisi: «Per riparare la città dobbiamo fortificare la nostra umanità»

L’omelia del vescovo nel santuario di Sant’Antonio: «Per costruire comunità vivibili servono fraternità, responsabilità e relazioni autentiche»

A cura di Redazione
06 ottobre 2026 09:00
Lamezia celebra San Francesco, monsignor Parisi: «Per riparare la città dobbiamo fortificare la nostra umanità» - Foto: Redazione
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LAMEZIA TERME – Non soltanto una celebrazione religiosa, ma una riflessione sul modo in cui una comunità può ritrovare il senso della fraternità e della responsabilità. È stato questo il filo conduttore dell’omelia pronunciata dal vescovo monsignor Serafino Parisi durante la Santa Messa celebrata nel santuario di Sant’Antonio in occasione della festa di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia.

A otto secoli dalla morte del Poverello d’Assisi, il vescovo ha proposto la sua figura come un riferimento ancora attuale per una società chiamata a interrogarsi non soltanto sulle proprie strutture, ma soprattutto sulla qualità dei rapporti tra le persone.

Per monsignor Parisi, infatti, la vera opera di Francesco non può essere ricondotta soltanto alla ricostruzione materiale della Chiesa. Prima ancora di intervenire sul mondo che lo circondava, Francesco ha compiuto un percorso dentro se stesso, aprendosi alla fede e lasciandosi trasformare.

È proprio questa, secondo il presule, la ragione per cui la sua testimonianza continua a parlare al presente: «Il tempio che ha edificato, il santuario che ha riparato è stato innanzitutto quello della sua vita». Una trasformazione personale che diventa poi capacità di incidere sulla realtà circostante.

Il vescovo ha quindi richiamato uno degli episodi decisivi della vita di Francesco: l’incontro con il lebbroso. Una persona che, nella società dell’epoca, rappresentava non solo la malattia, ma anche l’emarginazione. Chi era colpito dalla lebbra veniva tenuto lontano dalla comunità e perdeva la possibilità di vivere normalmente le relazioni.

Francesco rompe quella distanza. Si avvicina a chi era considerato impuro e indesiderabile e proprio quell’incontro diventa una tappa fondamentale del suo cammino. «Dio nella vita di questo ragazzo di buona famiglia arriva in una modalità che nessuno può immaginarsi», ha spiegato monsignor Parisi, sottolineando come l’esperienza francescana nasca anche dalla disponibilità a lasciarsi interrogare da ciò che normalmente si tende a rifiutare.

Da questa prospettiva il vescovo ha portato la riflessione sulla realtà contemporanea e, in particolare, sulla vita delle città. Richiamando il libro del Siracide, ha ricordato l’immagine di chi provvede a consolidare il santuario, fortifica la città e realizza opere necessarie a proteggerne gli abitanti.

Ma cosa significa oggi rendere più forte una città? La risposta, secondo monsignor Parisi, non può fermarsi alle opere pubbliche. Strade, scuole, collegamenti e infrastrutture sono indispensabili, ma non bastano.

«Soprattutto abbiamo bisogno di relazioni», ha affermato il vescovo.

Una città può quindi avere strutture efficienti e, allo stesso tempo, essere fragile se al suo interno vengono meno il senso di appartenenza, la collaborazione e la capacità delle persone di riconoscersi parte della stessa comunità. È qui che la testimonianza di San Francesco assume un significato concreto anche per il presente.

Monsignor Parisi ha invitato inoltre a superare la tendenza ad attribuire sempre agli altri la responsabilità dei problemi. «Quando ci mettiamo a piangere piangiamo bene e quando piangiamo assolviamo noi stessi perché la colpa è sempre degli altri», ha osservato. Anche quando le responsabilità esterne esistono, ha aggiunto, ciascuno deve essere disposto a fare la propria parte: «Dobbiamo essere noi i protagonisti».

La riflessione si è poi concentrata sulla crisi dei rapporti umani. Per il vescovo, una delle principali difficoltà del presente riguarda proprio la perdita di una dimensione autenticamente umana. Il messaggio cristiano, ha spiegato, richiama invece alla consapevolezza che ogni persona è chiamata a vivere per l’altro.

Essere fratelli, diventare costruttori di pace e assumere la cura della comunità come responsabilità personale: è questo, secondo monsignor Parisi, il messaggio che San Francesco continua a consegnare all’Italia.

Il suo esempio, dunque, non appartiene soltanto alla storia. «Francesco è vivo con la sua profezia», ha detto il vescovo, perché la sua testimonianza continua a provocare le coscienze e a chiedere una risposta.

La conclusione è stata un invito a recuperare anche la gioia come elemento necessario per costruire comunità più vivibili: «Abbiamo bisogno di vite gioiose per creare relazioni belle e città vivibili». Un compito che riguarda le istituzioni e gli amministratori, ma che non può essere delegato interamente alla politica.

«Gli amministratori sono chiamati a fare questo, ma anche ognuno di noi», ha concluso monsignor Parisi.

Al termine della celebrazione, il sindaco di Lamezia Terme, Mario Murone, accompagnato da alcuni componenti della giunta comunale, ha pronunciato la preghiera di affidamento della città a San Francesco d’Assisi.