Riforma della disabilità in Calabria: tra opportunità e ritardi
Il confronto a Catanzaro evidenzia le criticità nella piena attuazione della riforma
Catanzaro - Un confronto ampio, articolato e, per molti versi, anche critico: la riforma della disabilità rappresenta una svolta importante, ma la sua piena attuazione nei territori, a partire dalla Calabria, resta ancora una sfida aperta tra opportunità, ritardi strutturali e necessità di risorse.
Un momento di confronto ampio e qualificato su uno dei temi più rilevanti dell’agenda sociale e istituzionale: la riforma della disabilità. È quello promosso dalla Cgil Area Vasta Catanzaro-Crotone-Vibo, guidata dal segretario generale Enzo Scalese, che si è tenuto questa mattina alla Casa delle Culture, presso il Palazzo della Provincia di Catanzaro.
L’iniziativa, dal titolo “Decreto legislativo sulla disabilità – Nuovo approccio all’inclusione. Questioni ancora aperte e prospettive della riforma”, si propone di analizzare contenuti, criticità e prospettive del nuovo impianto normativo, mettendo a confronto istituzioni, parti sociali e rappresentanze del mondo associativo.
Al centro del dibattito, il passaggio da un modello assistenzialista a uno fondato sul progetto di vita e sulla piena partecipazione delle persone con disabilità. Un cambio di paradigma condiviso da tutti gli interventi, ma accompagnato da una consapevolezza diffusa: senza servizi, integrazione e risorse adeguate, il rischio è che la riforma resti incompiuta.
Il segretario della Cgil Area Vasta, Enzo Scalese, ha spiegato che l’incontro è stato convocato «perché per noi la riforma della disabilità, avviata dal 1° gennaio 2025 e sperimentata soprattutto nella provincia di Catanzaro, rappresenta un passaggio cruciale. Siamo qui per discutere nel merito gli effetti prodotti, le criticità emerse e i percorsi che ancora non sono partiti. Parliamo di inclusione e della necessità di mettere insieme tutte le azioni, coinvolgendo Inps, Asp, Ispettorato del Lavoro e Regione Calabria. Non basta approvare riforme: occorre calarle nei territori e garantire servizi concreti, integrazione e veri progetti di vita. Un tema centrale – ha sostenuto poi Scalese – è anche il lavoro, in particolare il collocamento mirato: dobbiamo capire come trasformare le misure in opportunità reali, soprattutto in una regione come la Calabria, segnata da difficoltà quotidiane, affinché ogni persona possa realizzare un progetto di vita dignitoso. Abbiamo promosso questo confronto per portare avanti un ragionamento condiviso: la riforma non deve restare sulla carta, ma tradursi in diritti effettivi, oggi ancora carenti in ambiti come sanità, istruzione, formazione e trasporti. Lo spirito è costruire un percorso comune: evidenziare le criticità, ma allo stesso tempo unire le forze con tutti gli attori coinvolti, per proseguire da oggi un cammino fondamentale che garantisca dignità e inclusione alle persone per cui siamo qui».
Valerio Serino, responsabile dell’Ufficio politiche per il lavoro e l’inclusione delle persone con disabilità della Cgil nazionale, ha sottolineato che «la riforma della disabilità rappresenta una grande opportunità, ma il vero problema resta quello di trasformare norme avanzate in diritti concreti ed esigibili».
Entrando nel merito, ha evidenziato come «il decreto legislativo 62 del 2024 segna un cambio di paradigma, superando l’approccio solo sanitario e introducendo una visione biopsico-sociale, centrata sulla persona e sul suo contesto di vita».
Al centro, ha spiegato, «c’è il progetto di vita individuale, che supera la logica dei servizi predefiniti: non è più la persona ad adattarsi al sistema, ma il sistema a costruire risposte personalizzate». Tuttavia, ha avvertito, «senza risorse, servizi territoriali e personale adeguato, il rischio è che tutto resti sulla carta».
Sul lavoro, Serino ha ribadito che «la legge 68 è valida ma ancora poco applicata: troppe aziende preferiscono pagare sanzioni piuttosto che assumere», sottolineando la necessità di «un cambio culturale che riconosca la persona con disabilità come una risorsa».
Ha quindi criticato «la tendenza a esternalizzare l’inclusione per evitare assunzioni dirette» e richiamato le criticità della scuola, tra «precariato e carenza di sostegni adeguati».
Infine, ha proposto «l’istituzione di osservatori permanenti di monitoraggio della riforma», concludendo che «si tratta di un’occasione importante, ma che va resa concreta con interventi strutturali e condivisi».
Sulla stessa linea il segretario generale della Cgil Calabria, Gianfranco Trotta, che ha sottolineato: «Vogliamo ribadire che ci siamo. Non siamo gli unici attori, ma vogliamo contribuire a un percorso che metta al centro il progetto di vita. In questo rientrano assistenza, lavoro e ‘dopo di noi’ per le famiglie. Siamo pronti al confronto e avanzeremo proposte concrete, ma chiediamo alla Regione, che deve coordinare, di coinvolgere davvero i soggetti interessati: il livello intermedio è fondamentale per costruire provvedimenti efficaci. Le priorità sono chiare: assistenza e supporto alle famiglie, lavoro — con un collocamento mirato che oggi resta poco applicato, soprattutto nella nostra regione — e la garanzia di una piena partecipazione alla vita sociale. Parliamo di persone che possono dare un contributo importante e possiedono una forza comunicativa straordinaria».
Dal punto di vista istituzionale, il direttore regionale dell’Inps, Giuseppe Greco, ha evidenziato il ruolo della Calabria come laboratorio nazionale: «La Calabria è l’unica regione in Italia ad aver scelto di entrare completamente nella sperimentazione e, dal 1° marzo, tutte le province stanno operando secondo la nuova normativa sulla disabilità. La riforma prevede infatti due fasi: una prima valutazione medico-legale dell’Inps e, su richiesta dell’interessato, una valutazione multidimensionale affidata agli ambiti territoriali per costruire un progetto di vita personalizzato. Ed è qui – ha spiegato Greco – che registriamo ancora difficoltà. Va però sottolineato che, sulla valutazione di base, la Calabria oggi ha i migliori tempi in Italia».
Un quadro che conferma come i risultati organizzativi – soprattutto sul versante Inps – convivano con criticità nella fase più avanzata della riforma, quella legata ai progetti di vita e all’integrazione sociosanitaria.
L’assessore regionale al Welfare, Pasqualina Straface, ha ribadito la portata della trasformazione: «La riforma sulla disabilità segna una trasformazione profonda del welfare calabrese: si passa da un sistema frammentato a uno unitario che mette al centro la persona». «La Calabria – ha aggiunto l’assessore Straface – ha avviato la sperimentazione a Catanzaro ed è oggi l’unica regione ad averla estesa a tutte le province, una scelta di responsabilità per governare il cambiamento. Lo abbiamo fatto definendo indirizzi e linee guida per il progetto di vita, il funzionamento delle unità multidimensionali e dei punti unici di accesso, garantendo uniformità sul territorio. Il progetto di vita si fonda sulla valutazione multidimensionale e supera un approccio solo sanitario, includendo salute, autonomia, contesto familiare e opportunità di inclusione sociale, lavorativa e abitativa. A breve – ha annunciato l’assessore regionale – approveremo un accordo interistituzionale con tempi e responsabilità definiti, coinvolgendo tutti gli attori — Regione, ambiti sociali, sanità, scuola, centri per l’impiego e terzo settore — perché la riforma non deve gravare sulle famiglie ma essere sostenuta da una responsabilità condivisa. Infine – ha rimarcato Straface – è in definizione un piano regionale di formazione, già presentato al Ministero, con risorse dedicate per qualificare operatori e accompagnare concretamente questa trasformazione».
Nel dibattito è emersa con forza anche la necessità di un cambiamento culturale. Il prefetto Castrese De Rosa ha richiamato il tema della responsabilità collettiva, sottolineando come spesso, anche in altri ambiti, si preferisca pagare sanzioni piuttosto che rispettare le regole, un atteggiamento che si riflette anche nel mondo del lavoro e nell’inclusione delle persone con disabilità.
La segretaria confederale Cgil Area Vasta con delega al welfare, Nadia Fortuna, ha posto una questione cruciale: «Parlare di disabilità significa misurare il grado di civiltà di un Paese». Pur riconoscendo il valore della riforma, ha evidenziato i limiti strutturali del sistema calabrese, tra carenze di personale, difficoltà nei territori e servizi non sempre integrati. «Senza lavoro, sostegni educativi e servizi territoriali – ha avvertito – anche il progetto di vita più ambizioso resta incompiuto».
Un richiamo rafforzato anche dall’intervento della dirigente dell’Ispettorato territoriale del lavoro, Annarita Carnuccio, che ha offerto una lettura giuridica della riforma, evidenziando il cambio di paradigma: la persona con disabilità non è più destinataria passiva di servizi, ma soggetto titolare del proprio progetto di vita, in linea con la Convenzione ONU.
Dal mondo associativo, Nunzia Coppedè, presidente di Fish Calabria, ha ricordato come questo percorso sia il risultato di anni di battaglie, sottolineando però criticità ancora aperte, a partire dal limite dei 65 anni e dalla necessità di rafforzare la cultura dell’inclusione. «La riforma, da sola, non basta – ha avvertito – se i territori non sono in grado di garantire servizi concreti».
Michele Iannello, segretario generale Spi-Cgil Area Vasta, ha portato il punto di vista della non autosufficienza. «Tra le persone non si percepisce entusiasmo, ma disorientamento», ha osservato, evidenziando difficoltà operative, costi, burocrazia e carenza di servizi. Ha inoltre richiamato il tema delle risorse: «Di fronte a diritti fondamentali non si trovano fondi sufficienti», denunciando anche ritardi storici della Calabria e una mancata continuità politica e amministrativa.
Il confronto ha quindi restituito un quadro complesso: da un lato una riforma riconosciuta come avanzata e necessaria, dall’altro un sistema territoriale ancora fragile, chiamato a uno sforzo straordinario di integrazione, programmazione e investimento.
Il messaggio condiviso è chiaro: la riforma può rappresentare una svolta solo se sarà accompagnata da risorse adeguate, partecipazione reale e capacità di tradurre i principi in diritti esigibili. In caso contrario, il rischio è che resti un impianto normativo ambizioso, ma distante dalla vita quotidiana delle persone.
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