Errori giudiziari e presunzione di innocenza, il caso Zuncheddu scuote Catanzaro
Al Cine Teatro Comunale il dibattito promosso dalla Camera Penale “Cantàfora” dopo la proiezione di “Zustìssia”, il film di Francesco Piras
Catanzaro - Quanto può costare a una persona essere accusata ingiustamente? E cosa resta quando, dopo anni, viene riconosciuto un errore, ma il tempo perduto, gli affetti e la serenità non possono essere restituiti? Sono le domande al centro del dibattito che sabato 17 ottobre ha accompagnato, al Cinema Teatro Comunale di Catanzaro, la proiezione di “Zustìssia”, il film di Francesco Piras con Michele Riondino e Fabrizio Ferracane, dedicato alla vicenda di Beniamino Zuncheddu.
L’iniziativa, promossa insieme alla Camera Penale di Catanzaro “A. Cantàfora” e moderata dalla giornalista Maria Rita Galati, ha trasformato la visione del film in un momento di riflessione sul rapporto tra giustizia, informazione e presunzione di innocenza. Un confronto voluto dal direttore artistico Francesco Passafaro per portare fuori dallo schermo le conseguenze umane degli errori giudiziari.
A emergere, negli interventi dei relatori, è stata soprattutto la condizione di chi si trova accusato di un reato e non riesce a far ascoltare la propria voce, con conseguenze che possono segnare per sempre la sua esistenza.
L’avvocata Silvia Raiola, responsabile dell’Osservatorio Giovani, ha invitato il pubblico a immedesimarsi nella condizione di chi cerca invano di dimostrare la propria innocenza. «Immaginiamo soltanto per un secondo di essere incolpati di un reato», ha detto, richiamando la difficoltà di resistere quando ogni tentativo di spiegarsi sembra destinato a rimanere inascoltato.
Raiola ha posto l’accento sulla solitudine di chi perde il controllo della propria storia, raccontata dagli altri, e attende di essere nuovamente riconosciuto come persona, oltre l’accusa che lo accompagna. Da qui il richiamo alla capacità delle istituzioni di riconoscere i propri errori: mettersi in discussione non indebolisce la giustizia, ma ne rafforza la credibilità. Perché dietro ogni errore giudiziario ci sono vite che possono non tornare più quelle di prima.
Il rapporto tra giustizia e informazione è stato al centro dell’intervento dell’avvocato Danilo Iannello, responsabile della Scuola territoriale di formazione. Secondo Iannello, opere come “Zustìssia” svolgono una funzione educativa importante e possono contribuire a portare nelle scuole e nella società una riflessione sui diritti e sulle garanzie fondamentali.
Il legale ha evidenziato i rischi della sovraesposizione mediatica dei procedimenti giudiziari, che può influenzare la percezione pubblica dei fatti e, in determinate circostanze, incidere anche sulla formazione dei ricordi dei testimoni. Non sempre, infatti, un ricordo inesatto deriva da una menzogna volontaria: una persona può essere convinta di riferire correttamente fatti che, nel tempo, sono stati alterati.
È il problema della cosiddetta giustizia mediatica, nella quale il giudizio dell’opinione pubblica può arrivare prima di quello processuale. Iannello ha tuttavia riconosciuto anche il ruolo che l’attenzione della stampa può svolgere nel portare alla luce un’ingiustizia, come evidenziato dalla vicenda Zuncheddu.
Tra gli strumenti di prevenzione degli errori giudiziari, l’avvocato ha indicato la diffusione della cultura della presunzione di innocenza. Il diritto di difesa, il contraddittorio e la regola dell’oltre ogni ragionevole dubbio non rappresentano ostacoli all’accertamento della verità, ma garanzie indispensabili affinché la ricerca del colpevole non si trasformi nella condanna di un innocente.
A riportare il dibattito sulle conseguenze familiari e sociali delle accuse ingiuste è stato infine l’avvocato Francesco Iacopino, presidente della Camera Penale di Catanzaro. Nel suo intervento ha ricordato le persone arrestate nelle prime ore del mattino, davanti ai figli e ai propri familiari, e separate improvvisamente dai loro affetti.
Anche quando, a distanza di anni, viene riconosciuto un errore, ha sottolineato, quel periodo non può essere restituito. E intanto può essersi già consumata una condanna sociale, difficile da cancellare anche dopo l’accertamento dell’innocenza.
«Basta l’arresto per emettere una sentenza sociale di condanna, senza appello», ha osservato Iacopino, richiamando il rischio che il clamore pubblico finisca per prevalere sulle garanzie previste dalla legge.
Il presidente della Camera Penale ha quindi ribadito che la sicurezza non può fondarsi sull’idea di una giustizia umana infallibile. Le garanzie processuali, ha ricordato, sono gli strumenti attraverso cui viene tutelata la libertà di ogni persona.
Il confronto al Cine Teatro Comunale ha così riportato al centro una questione che riguarda l’intera collettività: la presunzione di innocenza non è soltanto un principio giuridico, ma una garanzia di civiltà. Perché un errore giudiziario non si esaurisce nelle aule di tribunale: può lasciare conseguenze profonde nella vita di una persona, nella sua famiglia e nel modo in cui viene guardata dalla società.
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