Fertilità femminile, le tecniche mediche che permettono di preservarla

Le parole di Enrico Semprini, specialista in Ginecologia, Immunologia e Malattie infettive a Milano, intervistato da Marco Klinger per Medicina Top

A cura di Redazione
30 marzo 2026 15:15
Fertilità femminile, le tecniche mediche che permettono di preservarla -
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ROMA (ITALPRESS) – La fertilità femminile è strettamente legata alla quantità e alla qualità degli ovociti, le cellule sessuali prodotte dalle ovaie: a differenza degli uomini, che producono spermatozoi per tutto l’arco della vita, le donne nascono con una riserva limitata di ovociti. Con il passare degli anni questo patrimonio si riduce in termini numerici e peggiora in termini di qualità biologica, soprattutto dopo i 35 anni: una serie di tecniche mediche permettono oggi di preservare la fertilità, quando può essere compromessa da malattie e cure e quando la maternità viene rimandata.

“La donna ha 2 milioni di follicoli quando è a metà della sua vita gestazionale, ovvero venti settimane di gravidanza: alla nascita ne ha 700mila. Se dedicasse tutta la vita alla fertilità potrebbe avere 30-40 figli e in questo caso avrebbe un plotone gigantesco di ovociti: la maggior parte non raggiungerà mai una fase fertile, ma andranno in atrofia spontanea e poi sopravviene la menopausa. In 100 anni, che ormai rappresenta un’aspettativa di vita che la donna dei paesi occidentali può attendersi, è qualcosa di completamente nuovo: è comprensibile che oggi si desideri preservare la fertilità, a fronte di un decadimento spontaneo della sua potenzialità fertile”, ha dichiarato Enrico Semprini, specialista in Ginecologia, Immunologia e Malattie infettive a Milano, intervistato da Marco Klinger per Medicina Top, format tv dell’agenzia di stampa Italpress.

Al centro di ogni decisione deve esserci la donna che, secondo Semprini, “può ricorrere a questo metodo per motivi soprattutto clinici, come ad esempio le malattie che richiedono una chemioterapia tale da danneggiare il suo ovaio: quando si mette via un ovocita non si può sapere se si svilupperà in un embrione. Le possibilità di pervenire a un concepimento con la fertilizzazione in vitro hanno un successo nel mondo che va dal 25% al 60%”.

Per quanto riguarda le tecniche di congelamento, aggiunge, “nella tecnologia riproduttiva i metodi utilizzati sono tali da azzerare ogni differenza: vi è anzi una possibilità assistenziale maggiore. Il congelamento del tessuto ovarico prevede una laparoscopia, quindi un’incisione a 12 mm dall’ombelico, e il passaggio di una piccola striscia di tessuto che si rivitalizza, consentendo alla donna di ovulare e recuperare ovociti maturi”.

La conservazione degli ovociti, spiega Semprini, deve comunque avvenire entro una certa età: “Se una donna si rende conto che con il progredire del tempo le sue possibilità di concepire diventano più piccole, che aumentano i rischi di concepire un bambino con sindrome di Down o che la gravidanza possa interrompersi, può decidere di conservare gli ovociti: idealmente il periodo entro cui procedere con questa metodica è prima dei 34 anni, mentre una donna di 38-40 anni ha bisogno di mettere via più uova”.

L’ultimo aspetto su cui si sofferma l’immunologo è la regolamentazione vigente a livello nazionale, nonché le differenze con altre realtà: “In Italia una donna single può congelare le sue uova, ma deve avere un compagno che si assuma la responsabilità della paternità: in altri paesi, come la Spagna, questo non avviene e a una donna che desidera gestire una gravidanza da sola basta firmare i documenti per ricevere assistenza nel suo desiderio”.

– Foto tratta da Medicina Top –
(ITALPRESS).