Sequestrati beni per oltre 4,7 milioni di euro riconducibili alla cosca Mancuso

La Guardia di Finanza ha eseguito due provvedimenti del Tribunale di Catanzaro nei confronti di soggetti coinvolti nel procedimento “Carthago-Maestrale-Olimpo-Imperium”

A cura di Redazione
28 settembre 2026 07:37
Sequestrati beni per oltre 4,7 milioni di euro riconducibili alla cosca Mancuso - Foto: Redazione
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CATANZARO – Beni e attività imprenditoriali per un valore complessivo stimato in oltre 4,7 milioni di euro sono stati sottoposti a sequestro di prevenzione dalla Guardia di Finanza, nell’ambito di due provvedimenti emessi dal Tribunale di Catanzaro – Sezione per l’applicazione delle Misure di Prevenzione.

L’operazione è stata eseguita dai militari del Comando Provinciale di Catanzaro e del Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata (S.C.I.C.O.) di Roma. I provvedimenti hanno interessato due società di capitali, una con sede a Milano e l’altra a Catania, un’impresa individuale con sede a Milano e quote societarie di un’ulteriore società di capitali con sede a Catania.

Le misure patrimoniali sono riconducibili a due soggetti ritenuti appartenenti a una delle categorie di “pericolosità sociale qualificata” previste dal decreto legislativo 159 del 2011, sulla base del loro coinvolgimento nel troncone investigativo denominato “Imperium”, inserito nel più ampio procedimento “Carthago_Maestrale-Olimpo-Imperium”, coordinato dalla Procura distrettuale di Catanzaro.

Secondo quanto emerso dalle indagini condotte dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria/G.I.C.O. di Catanzaro e dallo S.C.I.C.O., sarebbe stata delineata l’esistenza di un’organizzazione criminale collegata alla cosca Mancuso di Limbadi e Nicotera, nel Vibonese.

L'organizzazione, secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe sfruttato la forza di intimidazione derivante dal sodalizio criminale e le conseguenti condizioni di assoggettamento e omertà per acquisire il controllo di diverse attività commerciali, in particolare nel settore turistico-alberghiero, arrivando a condizionarne la gestione.

A sostegno delle ipotesi investigative sono state utilizzate anche le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, che avrebbero riferito di condotte finalizzate alla fittizia intestazione di quote e cariche societarie. Tali operazioni, secondo gli investigatori, avrebbero consentito a soggetti appartenenti o vicini alla criminalità organizzata di schermare i propri interessi nelle attività imprenditoriali e sottrarli a eventuali provvedimenti di aggressione patrimoniale.

Uno dei destinatari delle odierne misure, originario della provincia di Vibo Valentia, è stato condannato in primo grado con rito abbreviato dal G.U.P. di Catanzaro alla pena di 20 anni di reclusione, con una sentenza non ancora definitiva. L'uomo è stato ritenuto intraneo, con il ruolo di organizzatore, alla cosca Mancuso e responsabile di diversi reati-fine, tra cui trasferimento fraudolento di valori, usura ed estorsione.

Le misure riguardano anche i successori di un imprenditore della provincia di Catania, rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa e trasferimento fraudolento di valori nell'ambito del medesimo procedimento celebrato con rito ordinario. L'imprenditore è deceduto prima della definizione del giudizio di primo grado davanti al Tribunale di Vibo Valentia.

Le investigazioni economico-patrimoniali, coordinate dalla Procura distrettuale della Repubblica di Catanzaro, hanno inoltre valorizzato le risultanze delle precedenti attività di polizia giudiziaria. Secondo gli inquirenti, le società colpite dai sequestri sarebbero state interessate da modalità di gestione riconducibili agli interessi dei soggetti proposti e operano, tra gli altri settori, nella gestione di noti villaggi turistici del litorale vibonese e nel commercio di prodotti ittici e floreali.

In un caso, l'attività investigativa avrebbe evidenziato l'agevolazione derivante dall'adesione del proprietario alla cosca Mancuso; nell'altro, sarebbe stato individuato un rapporto con la criminalità organizzata contestato nella forma del concorso esterno.

Nel corso degli accertamenti è stato inoltre valorizzato il contributo dichiarativo del figlio di uno dei due soggetti proposti, oggi collaboratore di giustizia, che avrebbe consentito di attribuire al proprio congiunto l'impresa individuale formalmente intestata a un presunto prestanome e oggi sottoposta a sequestro.

Per quanto riguarda i beni riconducibili ai successori del secondo proposto, il provvedimento è stato adottato con una procedura anticipata in via d'urgenza, in attesa del successivo contraddittorio davanti all'autorità giudiziaria per verificare la sussistenza dei presupposti per l'eventuale confisca dei beni.