Quaresima, il Vescovo di Lamezia: “Tornare all’essenziale”
In Cattedrale l’omelia del Mercoledì delle Ceneri: verità interiore, carità concreta e rifiuto dell’ipocrisia
La Quaresima come ritorno all’essenziale, come cammino che riporta al centro della vita il Vangelo e la relazione con gli altri. È questo il filo conduttore dell’omelia pronunciata in Cattedrale nella serata del Mercoledì delle Ceneri dal vescovo monsignor Serafino Parisi. Un invito, il suo, a spogliarsi delle sovrastrutture e a riscoprire il cuore della fede: un Dio che non chiede perfezionismi formali, ma uno sguardo concreto di amore verso il prossimo.
Il tempo quaresimale, ha sottolineato il presule, è anzitutto un’occasione per radicarsi più profondamente nel Signore e, allo stesso tempo, per tradurre questa relazione in gesti di carità reale. Mettersi davanti a Dio senza maschere significa accettare di essere visti per ciò che si è, con i propri limiti e le proprie fragilità. Non un giudizio che schiaccia, ma uno sguardo che conosce fino in fondo e proprio per questo apre alla speranza. La Quaresima diventa così uno spazio di verità, un tempo favorevole per fermarsi, guardarsi dentro e lasciarsi incontrare da una misericordia che guarisce.
Il vescovo ha richiamato con forza anche il tema dell’ipocrisia, spiegando come il cammino interiore non possa convivere con la finzione. Davanti allo “specchio” della coscienza, le maschere cadono e l’uomo è chiamato a smettere di recitare ruoli. La fede, ha ricordato, non è teatro né apparenza, ma autenticità vissuta nella quotidianità.
Ampio spazio, poi, al richiamo alla carità, intesa non come gesto sporadico ma come dono continuo della propria vita. Monsignor Parisi ha legato questo richiamo alle ferite del nostro tempo, evocando le tragedie che segnano le coste del Tirreno e il dramma di uomini e donne in fuga in cerca di un futuro migliore. Corpi senza vita che interpellano le coscienze e che, anche nel silenzio della morte, reclamano dignità, libertà e amore. Davanti a queste tragedie, l’indifferenza non può essere un’opzione per chi si dice cristiano.
Infine, il vescovo ha invitato a rileggere il senso del digiuno e dell’astinenza, sottraendoli a una visione puramente rituale. Digiunare non è collezionare rinunce, ma imparare a fare spazio all’altro, a rinunciare a qualcosa di sé per donarsi. Una provocazione forte, che richiama al rischio di “consumare” il fratello nell’indifferenza quotidiana: non solo ciò che si mette nel piatto, ma il modo in cui si guarda chi soffre diventa misura della coerenza del cammino quaresimale.
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